Uno dei grandi pensatori viventi

Edgar Morin è uno dei grandi pensatori viventi.
Ha dedicato la sua vita a una domanda semplice e radicale:
come tenere insieme ciò che il mondo tende a separare?

Sociologo, filosofo, antropologo, Morin ha costruito un’opera che attraversa guerra, pace, identità, ecologia, educazione, politica, scienza.
Il suo contributo più noto è il pensiero complesso: un invito a superare le semplificazioni, le tribù, le identità rigide, per vedere l’umanità nella sua interezza.

Con Terra-Patria ha introdotto un’idea che oggi è più attuale che mai:
la nostra unica patria reale è la Terra.
Le patrie storiche ci dividono, la Terra ci unisce.

Morin non offre ricette.
Offre una postura: responsabilità, lucidità, interdipendenza.
È una delle voci che hanno aperto la strada a un umanesimo nuovo, planetario, non ideologico.

🧬 Homo sapiens sapiens non conosce se stesso

Siamo la specie che ha mappato il genoma, misurato il fondo cosmico, costruito intelligenze artificiali e inviato sonde oltre il sistema solare.
Eppure, davanti allo specchio, restiamo un enigma.

L’essere umano conosce quasi tutto ciò che lo circonda, ma fatica a conoscere ciò che lo muove:
le sue paure, i suoi automatismi, i suoi desideri più profondi.
Abbiamo parole per descrivere il mondo, ma non sempre per descrivere noi stessi.

Forse è questo il paradosso dell’Homo sapiens sapiens:
due volte “sapiens”, eppure ancora in ricerca.
Capace di analizzare tutto, tranne il proprio cuore.
Capace di costruire sistemi complessi, ma non sempre di comprendere le proprie contraddizioni.

E proprio qui sta la nostra grandezza:
nel fatto che continuiamo a cercare.
A interrogarci.
A sbagliare, correggere, riprovare.
A tentare di capire chi siamo, anche quando non ci riusciamo del tutto.

L’auto‑conoscenza non è un punto d’arrivo.
È un movimento.
Un cammino.
Una tensione che ci tiene vivi.

Finché non ci conosciamo davvero, continuiamo a evolvere.
Ed è forse questo che ci rende umani?

Le onde cerebrali sono i ritmi elettrici prodotti dall’attività dei neuroni. Si misurano con l’elettroencefalogramma (EEG) e si dividono in cinque grandi categorie, ognuna associata a uno stato mentale diverso.

🧠 Le 5 onde cerebrali principali

Le onde cerebrali sono i ritmi elettrici prodotti dall’attività dei neuroni. Si misurano con l’elettroencefalogramma (EEG) e si dividono in cinque grandi categorie, ognuna associata a uno stato mentale diverso.

1) Onde Delta (0,5 – 4 Hz)

🌙 Sonno profondo

  • Compaiono durante il sonno non‑REM più profondo.
  • Sono fondamentali per la rigenerazione fisica e il recupero.
  • Dominanti nei neonati, diminuiscono con l’età.

2) Onde Theta (4 – 8 Hz)

💭 Creatività, sogno, meditazione profonda

  • Presenti nelle fasi di sonno leggero e nei sogni (REM).
  • Compaiono anche in stati di immaginazione, intuizione, trance leggera.
  • Molto studiate nelle pratiche meditative.

3) Onde Alpha (8 – 12 Hz)

😌 Rilassamento vigile

  • Tipiche quando sei sveglio ma rilassato (es. occhi chiusi, respirazione calma).
  • Associate a calma mentale, equilibrio, concentrazione morbida.
  • Spesso aumentano con meditazione, yoga, respirazione.

4) Onde Beta (12 – 30 Hz)

⚡ Attività mentale, attenzione, problem solving

  • Dominanti quando sei sveglio, attivo, concentrato.
  • Aumentano con il lavoro mentale, il ragionamento, il parlare.
  • Se troppo elevate possono essere correlate a stress o ansia.

5) Onde Gamma (30 – 100 Hz)

✨ Massima integrazione cognitiva

  • Associate a insight, memoria, apprendimento veloce.
  • Molto presenti in stati di alta concentrazione o “peak performance”.
  • Alcuni studi le collegano a meditatori esperti.

📌 Schema riassuntivo

Tipo di ondaFrequenzaStato mentale
Delta0,5–4 HzSonno profondo, rigenerazione
Theta4–8 HzSogno, creatività, meditazione profonda
Alpha8–12 HzRilassamento, calma vigile
Beta12–30 HzAttività mentale, attenzione
Gamma30–100 HzApprendimento, insight, alta performance
Viviamo in un Paese che parla continuamente di identità, tradizione, radici.
Eppure l’essere umano — Homo sapiens sapiens — resta un mistero a se stesso.
Non conosce davvero ciò che lo muove, ciò che teme, ciò che desidera.
E quando un individuo non si conosce, una società intera rischia di vivere alla cieca.

La politica, allora, dovrebbe partire da qui:
non dall’illusione di “guidare” l’uomo, ma dal compito più difficile e più antico, quello di aiutarlo a conoscersi.
Non con slogan, non con paure, non con appartenenze tribali, ma con strumenti culturali, educativi, sociali che permettano alle persone di capire chi sono e cosa possono diventare.

Un Paese che non investe nella conoscenza di sé — nella scuola, nella cultura, nella salute mentale, nella dignità del lavoro — è un Paese che rinuncia alla propria evoluzione.
Resta fermo, ripete vecchi schemi, si aggrappa al passato perché non sa immaginare il futuro.

L’Homo sapiens sapiens non conosce se stesso.
Ma può imparare.
E una politica degna di questo nome dovrebbe fare esattamente questo:
creare le condizioni perché ogni persona possa diventare più consapevole, più libera, più umana.

Il resto è amministrazione.
Questa è evoluzione.


🟦 1. L’associazione no profit è la forma più semplice e trasparente

Un’associazione no profit:

  • non ha scopo di lucro
  • non può distribuire utili ai soci
  • deve avere uno statuto chiaro
  • deve rendicontare entrate e uscite
  • usa ogni risorsa per le proprie attività

È una struttura leggera, economica e perfetta per iniziare un progetto collettivo.


🟥 2. Un partito può essere un’associazione no profit

La legge italiana lo permette.
Anzi: è la forma più usata da movimenti civici, liste locali e nuovi progetti politici.

Perché?

  • è facile da costituire
  • permette di raccogliere fondi in modo trasparente
  • garantisce regole interne chiare
  • dà una base giuridica solida

Non c’è nulla di strano: è normale, legale e molto diffuso.


🟩 3. Ma un partito NON può essere una ONLUS

Qui è importante essere chiari.

Le ONLUS sono enti dedicati a:

  • assistenza
  • beneficenza
  • educazione
  • tutela dei diritti
  • attività sociali

Hanno agevolazioni fiscali, ma anche obblighi rigidissimi.

E soprattutto:
👉 la legge separa nettamente attività politica e attività di utilità sociale.

ecco perchè ci sarà .org .com


🟨 4. In sintesi

  • Un partito può nascere come associazione no profit → sì, è normale.
  • Un partito può essere ONLUS → no, non è compatibile.
  • La forma no profit garantisce trasparenza, regole e sostenibilità.

🧭 Conclusione

Tessera 0/zero consiglia che il partito sceglierà la forma dell’associazione no profit, perchè non sta “nascondendo” nulla.
Sta semplicemente adottando la struttura più chiara, più semplice e più adatta per iniziare un percorso collettivo.

La politica, prima di tutto, è una forma di organizzazione.
E ogni organizzazione ha bisogno di una casa giuridica solida, trasparente e accessibile.


S


11 gennaio: battesimo, dignità, lavoro

L’11 gennaio si celebra il battesimo di Gesù.
Un gesto che non ha nulla di mistico, se lo guardi bene.
Gesù si mette in fila con gli uomini.
Non predica, non impone, non si separa.
Si immerge.
Si sporca.
Si espone.

È il suo modo di dire:
“Io sto con voi. Non sopra di voi.”

E questo, per me, è il primo atto politico della storia.
Non nel senso dei partiti.
Nel senso della presenza tra gli uomini.


Il Partito Laburista, oggi

L’11 gennaio è anche un giorno buono per ricordare che esiste — o dovrebbe esistere — una politica che fa lo stesso gesto:
immergersi nella realtà, non galleggiare sopra.

Il Partito Laburista, quando è vero, è questo:

  • non ideologia
  • non slogan
  • non potere
  • ma lavoro, dignità, giustizia sociale, presenza tra gli ultimi

Quando il laburismo è forma, non retorica, diventa umanesimo politico.
E allora sì:
Gesù e il Laburismo si parlano.


Io non sono Gesù nè Socrate. Ma li sposo bene.

Non dico di essere la reincarnazione di nessuno.
Ma se devo scegliere un gesto che mi rappresenta, è quello:
stare in fila con gli uomini, non sopra.
Immergermi, non predicare.
Dare forma, non parole.

E se devo scegliere un partito, non è quello che promette.
È quello che sta. Come Laburi STA?


🧠 Socrate e il Laburismo: un legame che non sembra esserci… ma c’è!

A prima vista, Socrate non c’entra nulla con il Partito Laburista.
E invece c’è un filo sottilissimo che li unisce:
👉 la dignità dell’uomo comune.

Socrate non parlava ai potenti.
Non cercava i salotti.
Non si metteva nei templi.
Stava nelle strade, nei mercati, tra gli artigiani, i lavoratori, i giovani, gli schiavi liberati, i mercanti.

Era un filosofo popolare, nel senso più alto del termine.

E cosa faceva?

  • ascoltava
  • domandava
  • smontava le illusioni
  • restituiva dignità al pensiero di chi non aveva voce

Questo è già una forma di proto-laburismo filosofico:
non la politica dei palazzi, ma la politica delle persone.


🔨 Il laburismo come erede di Socrate (in senso culturale)

Il laburismo — come idea, non come partito — nasce su tre pilastri:

  • lavoro
  • dignità
  • giustizia sociale

Socrate non parlava di salari o sindacati, ovviamente.
Ma parlava di una cosa che viene prima di tutto questo:

👉 la coscienza dell’uomo come fondamento della città.

Per Socrate, la polis non si regge sul potere, ma sulla virtù degli uomini che la abitano.
E la virtù nasce dal pensiero, dalla domanda, dalla responsabilità.

Il laburismo, nella sua forma più alta, dice la stessa cosa:
una società è forte quando rispetta chi lavora, chi costruisce, chi tiene in piedi il mondo reale.


🔥 Il punto di contatto vero

Socrate, Gesù e il laburismo si incontrano qui:

Entrambi rifiutano l’arroganza del potere.
Entrambi mettono al centro l’uomo.
Entrambi credono che la dignità non si eredita: si vive.

Socrate lo faceva con le domande.
Il laburismo lo fa — quando è vero — con le politiche sociali.


Socrate è il nonno del laburismo: non parlava di salari, ma parlava di dignità. E la dignità è il primo salario dell’uomo.”



A. Come lo raccontano in Chiesa

(versione liturgica ufficiale)

La liturgia del giorno lo presenta così:

• Gesù va da Giovanni al Giordano

Non arriva come un dio distante.
Si mette in fila con gli uomini, come uno qualunque.

• Giovanni non capisce

Dice: “Dovrei essere io a farmi battezzare da te”.
Ma Gesù insiste: deve compiersi “ogni giustizia”.

• Appena battezzato, accade la scena simbolica

La liturgia la riassume così:

  • I cieli si aprono
  • Lo Spirito scende come una colomba
  • La voce dice:
    “Questi è il mio Figlio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”

È il momento in cui, secondo la Chiesa, si manifesta la Trinità.

• È l’inizio della vita pubblica

Da lì Gesù esce dall’ombra e comincia la sua missione.



B. Gesù, l’11 gennaio, e l’umanesimo che ci abita

L’11 gennaio la tradizione ricorda il battesimo di Gesù.
Un gesto semplice, quasi banale, ma che segna l’inizio di qualcosa che ancora oggi non abbiamo capito fino in fondo: un uomo che mette l’uomo al centro.

Non un profeta che parla dall’alto.
Non un dio che pretende obbedienza.
Un uomo che si immerge nell’acqua insieme agli altri, senza privilegi, senza distanza.
Un uomo che dice, con il corpo prima che con le parole:
“Dio non è sopra di voi. Dio è dentro di voi.”

Questa è la parte che mi interessa.
Quella che ho scritto anche in Schizofrenia e Salvezza:
la divinità non è un’entità esterna, ma una possibilità interna.

Non dico di essere la reincarnazione di Gesù (non sono Buddhista) — non mi interessa la mitologia.
Dico che la sua forma la sento vicina:
la libertà, la dignità, la responsabilità personale, il rifiuto del potere, la cura dell’altro senza inginocchiarsi a nessuno.

E se devo scegliere un “nonno spirituale”, allora sì:
Socrate.
L’uomo che ha insegnato a pensare, a dubitare, a cercare la verità dentro di sé.
Gesù e Socrate non si sono mai incontrati, ma parlano la stessa lingua:
la lingua dell’uomo che si guarda dentro e trova qualcosa di più grande.

Non cerco miracoli.
Cerco presenza.
Cerco forma.
Cerco quella parte divina che non ha bisogno di templi, ma di coscienza.

L’11 gennaio non è una data religiosa.
È un promemoria:
immergiti nella tua verità, e vieni fuori intero.


🧭 Sequenza storica semplificata

Ecco la linea del tempo:

  1. Umanesimo
  2. Rinascimento
  3. Manierismo
  4. Barocco
  5. Illuminismo
  6. Età moderna e contemporanea (con varie fasi)

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🌑 1. Pirandello NON è un autore umanista

L’umanesimo classico (quello del Quattrocento) si fonda su:

  • fiducia nella ragione
  • centralità dell’uomo
  • armonia tra individuo e mondo
  • identità stabile e conoscibile

Pirandello, al contrario, demolisce proprio questi pilastri.
Per lui:

  • l’identità è frantumata
  • la ragione non salva
  • l’uomo non è al centro, ma smarrito
  • la realtà è un flusso caotico che sfugge a ogni forma

In questo senso, Pirandello è anti‑umanista, o meglio: è un autore che mostra la crisi dell’umanesimo.


🔄 2. Pirandello e il “nuovo umanesimo”: un dialogo possibile?

Dipende da cosa intendiamo per nuovo umanesimo.

Se per “nuovo umanesimo” intendiamo:

  • centralità della persona
  • dignità dell’individuo
  • ricerca di senso
  • attenzione alla fragilità umana

allora Pirandello non propone un nuovo umanesimo, ma fornisce gli strumenti per arrivarci.

Perché?

Perché mostra:

  • la fragilità dell’identità
  • la sofferenza dietro le maschere sociali
  • il bisogno di autenticità
  • la necessità di riconoscere l’altro nella sua complessità

Pirandello non costruisce un nuovo umanesimo, ma apre la ferita da cui un nuovo umanesimo può nascere.


🪞 3. Pirandello come anticipatore dell’umanesimo della complessità

Molti studiosi lo leggono come un autore che anticipa:

  • la psicologia del profondo
  • l’esistenzialismo
  • la crisi del soggetto moderno
  • la pluralità dell’io

In questo senso, Pirandello è un precursore di un umanesimo non più fondato sulla stabilità, ma sulla consapevolezza che:

l’uomo è molteplice, contraddittorio, in continua trasformazione.

È un umanesimo “tragico”, non consolatorio.


🧭 4. Una sintesi forte e spendibile

Pirandello non appartiene all’umanesimo tradizionale e non costruisce un nuovo umanesimo.
Ma è uno dei grandi autori che mostrano la crisi dell’uomo moderno e aprono la strada a un umanesimo della fragilità, della complessità e della relazione.

È un autore che:

  • smonta l’illusione umanistica
  • rivela la sofferenza dietro le forme
  • invita a guardare l’altro senza maschere
  • prepara il terreno a una nuova idea di persona


Pirandello e il “nuovo umanesimo”: cosa ci dice oggi

Quando parliamo di umanesimo pensiamo subito al Rinascimento: l’uomo al centro, la fiducia nella ragione, l’idea che il mondo sia comprensibile e che l’identità sia qualcosa di stabile.
Pirandello, però, arriva in un’epoca in cui tutto questo si incrina. E lo mostra con una lucidità che ancora oggi ci riguarda da vicino.

La crisi dell’uomo moderno

Nelle sue opere l’identità non è più un blocco compatto, ma qualcosa che si frantuma.
Siamo uno per noi stessi, un altro per gli altri, e spesso non coincidiamo con nessuna delle due immagini.
Le “maschere” sociali che indossiamo ci proteggono, ma allo stesso tempo ci imprigionano.

Pirandello non lo dice per pessimismo: lo mette in scena perché è la condizione dell’uomo moderno, sospeso tra ciò che sente e ciò che deve apparire.

Un nuovo modo di guardare la persona

Se l’umanesimo classico celebrava la stabilità dell’io, Pirandello ci invita a riconoscere la sua fragilità.
E proprio da questa fragilità nasce un possibile “nuovo umanesimo”:

  • più attento alla complessità delle persone
  • più consapevole delle contraddizioni
  • meno legato alle forme rigide
  • più sensibile al bisogno di autenticità

Pirandello non costruisce un nuovo umanesimo, ma apre la ferita da cui può nascere.
Mostra ciò che non funziona, ciò che fa soffrire, ciò che ci divide da noi stessi.
E proprio per questo ci costringe a ripensare cosa significhi essere persone.

Un umanesimo della complessità

Molti studiosi lo considerano un anticipatore dell’esistenzialismo e della psicologia del profondo.
La sua idea di individuo — molteplice, contraddittorio, in trasformazione — è sorprendentemente attuale.
Viviamo in un mondo dove l’identità non è più data una volta per tutte, ma si costruisce e si ricostruisce continuamente.

Pirandello ci ricorda che questa instabilità non è un difetto: è la nostra condizione.
E riconoscerla è il primo passo per un umanesimo nuovo, più vero, più umano.

Perché parlarne oggi

In un’epoca di immagini curate, profili sociali e identità “di facciata”, Pirandello è un autore che ci aiuta a guardare sotto la superficie.
Ci invita a vedere l’altro senza maschere, e a riconoscere che dietro ogni forma c’è una persona che cambia, che soffre, che cerca.

È un messaggio che vale nella cultura, nella politica, nelle relazioni quotidiane:
non esiste un io monolitico, ma una persona in cammino.