A. Come lo raccontano in Chiesa

(versione liturgica ufficiale)

La liturgia del giorno lo presenta così:

• Gesù va da Giovanni al Giordano

Non arriva come un dio distante.
Si mette in fila con gli uomini, come uno qualunque.

• Giovanni non capisce

Dice: “Dovrei essere io a farmi battezzare da te”.
Ma Gesù insiste: deve compiersi “ogni giustizia”.

• Appena battezzato, accade la scena simbolica

La liturgia la riassume così:

  • I cieli si aprono
  • Lo Spirito scende come una colomba
  • La voce dice:
    “Questi è il mio Figlio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”

È il momento in cui, secondo la Chiesa, si manifesta la Trinità.

• È l’inizio della vita pubblica

Da lì Gesù esce dall’ombra e comincia la sua missione.



B. Gesù, l’11 gennaio, e l’umanesimo che ci abita

L’11 gennaio la tradizione ricorda il battesimo di Gesù.
Un gesto semplice, quasi banale, ma che segna l’inizio di qualcosa che ancora oggi non abbiamo capito fino in fondo: un uomo che mette l’uomo al centro.

Non un profeta che parla dall’alto.
Non un dio che pretende obbedienza.
Un uomo che si immerge nell’acqua insieme agli altri, senza privilegi, senza distanza.
Un uomo che dice, con il corpo prima che con le parole:
“Dio non è sopra di voi. Dio è dentro di voi.”

Questa è la parte che mi interessa.
Quella che ho scritto anche in Schizofrenia e Salvezza:
la divinità non è un’entità esterna, ma una possibilità interna.

Non dico di essere la reincarnazione di Gesù (non sono Buddhista) — non mi interessa la mitologia.
Dico che la sua forma la sento vicina:
la libertà, la dignità, la responsabilità personale, il rifiuto del potere, la cura dell’altro senza inginocchiarsi a nessuno.

E se devo scegliere un “nonno spirituale”, allora sì:
Socrate.
L’uomo che ha insegnato a pensare, a dubitare, a cercare la verità dentro di sé.
Gesù e Socrate non si sono mai incontrati, ma parlano la stessa lingua:
la lingua dell’uomo che si guarda dentro e trova qualcosa di più grande.

Non cerco miracoli.
Cerco presenza.
Cerco forma.
Cerco quella parte divina che non ha bisogno di templi, ma di coscienza.

L’11 gennaio non è una data religiosa.
È un promemoria:
immergiti nella tua verità, e vieni fuori intero.


🧭 Sequenza storica semplificata

Ecco la linea del tempo:

  1. Umanesimo
  2. Rinascimento
  3. Manierismo
  4. Barocco
  5. Illuminismo
  6. Età moderna e contemporanea (con varie fasi)

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🌑 1. Pirandello NON è un autore umanista

L’umanesimo classico (quello del Quattrocento) si fonda su:

  • fiducia nella ragione
  • centralità dell’uomo
  • armonia tra individuo e mondo
  • identità stabile e conoscibile

Pirandello, al contrario, demolisce proprio questi pilastri.
Per lui:

  • l’identità è frantumata
  • la ragione non salva
  • l’uomo non è al centro, ma smarrito
  • la realtà è un flusso caotico che sfugge a ogni forma

In questo senso, Pirandello è anti‑umanista, o meglio: è un autore che mostra la crisi dell’umanesimo.


🔄 2. Pirandello e il “nuovo umanesimo”: un dialogo possibile?

Dipende da cosa intendiamo per nuovo umanesimo.

Se per “nuovo umanesimo” intendiamo:

  • centralità della persona
  • dignità dell’individuo
  • ricerca di senso
  • attenzione alla fragilità umana

allora Pirandello non propone un nuovo umanesimo, ma fornisce gli strumenti per arrivarci.

Perché?

Perché mostra:

  • la fragilità dell’identità
  • la sofferenza dietro le maschere sociali
  • il bisogno di autenticità
  • la necessità di riconoscere l’altro nella sua complessità

Pirandello non costruisce un nuovo umanesimo, ma apre la ferita da cui un nuovo umanesimo può nascere.


🪞 3. Pirandello come anticipatore dell’umanesimo della complessità

Molti studiosi lo leggono come un autore che anticipa:

  • la psicologia del profondo
  • l’esistenzialismo
  • la crisi del soggetto moderno
  • la pluralità dell’io

In questo senso, Pirandello è un precursore di un umanesimo non più fondato sulla stabilità, ma sulla consapevolezza che:

l’uomo è molteplice, contraddittorio, in continua trasformazione.

È un umanesimo “tragico”, non consolatorio.


🧭 4. Una sintesi forte e spendibile

Pirandello non appartiene all’umanesimo tradizionale e non costruisce un nuovo umanesimo.
Ma è uno dei grandi autori che mostrano la crisi dell’uomo moderno e aprono la strada a un umanesimo della fragilità, della complessità e della relazione.

È un autore che:

  • smonta l’illusione umanistica
  • rivela la sofferenza dietro le forme
  • invita a guardare l’altro senza maschere
  • prepara il terreno a una nuova idea di persona


Pirandello e il “nuovo umanesimo”: cosa ci dice oggi

Quando parliamo di umanesimo pensiamo subito al Rinascimento: l’uomo al centro, la fiducia nella ragione, l’idea che il mondo sia comprensibile e che l’identità sia qualcosa di stabile.
Pirandello, però, arriva in un’epoca in cui tutto questo si incrina. E lo mostra con una lucidità che ancora oggi ci riguarda da vicino.

La crisi dell’uomo moderno

Nelle sue opere l’identità non è più un blocco compatto, ma qualcosa che si frantuma.
Siamo uno per noi stessi, un altro per gli altri, e spesso non coincidiamo con nessuna delle due immagini.
Le “maschere” sociali che indossiamo ci proteggono, ma allo stesso tempo ci imprigionano.

Pirandello non lo dice per pessimismo: lo mette in scena perché è la condizione dell’uomo moderno, sospeso tra ciò che sente e ciò che deve apparire.

Un nuovo modo di guardare la persona

Se l’umanesimo classico celebrava la stabilità dell’io, Pirandello ci invita a riconoscere la sua fragilità.
E proprio da questa fragilità nasce un possibile “nuovo umanesimo”:

  • più attento alla complessità delle persone
  • più consapevole delle contraddizioni
  • meno legato alle forme rigide
  • più sensibile al bisogno di autenticità

Pirandello non costruisce un nuovo umanesimo, ma apre la ferita da cui può nascere.
Mostra ciò che non funziona, ciò che fa soffrire, ciò che ci divide da noi stessi.
E proprio per questo ci costringe a ripensare cosa significhi essere persone.

Un umanesimo della complessità

Molti studiosi lo considerano un anticipatore dell’esistenzialismo e della psicologia del profondo.
La sua idea di individuo — molteplice, contraddittorio, in trasformazione — è sorprendentemente attuale.
Viviamo in un mondo dove l’identità non è più data una volta per tutte, ma si costruisce e si ricostruisce continuamente.

Pirandello ci ricorda che questa instabilità non è un difetto: è la nostra condizione.
E riconoscerla è il primo passo per un umanesimo nuovo, più vero, più umano.

Perché parlarne oggi

In un’epoca di immagini curate, profili sociali e identità “di facciata”, Pirandello è un autore che ci aiuta a guardare sotto la superficie.
Ci invita a vedere l’altro senza maschere, e a riconoscere che dietro ogni forma c’è una persona che cambia, che soffre, che cerca.

È un messaggio che vale nella cultura, nella politica, nelle relazioni quotidiane:
non esiste un io monolitico, ma una persona in cammino.