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Definirsi bioernegeticamente mortale:

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Il tempo interiore e la fragilità dell’essere

L’essere umano è una creatura sospesa tra il cielo e la carne, tra l’infinito che intuisce e il corpo che lo limita. In questa tensione si colloca la ghiandola pineale, piccolo organo nascosto nel cuore del cervello, che regola il ritmo invisibile della nostra esistenza: il tempo interiore. Essa non scandisce le ore del mondo, ma quelle dell’anima — il sonno, il sogno, la veglia, la percezione del giorno che si consuma e della notte che ci avvolge.

Quando questo ritmo si sfasa, quando la melatonina non danza più in armonia con la luce e l’oscurità, l’uomo si sente alienato. Non solo stanco, ma disallineato. Come se il tempo biologico non fosse più il suo. E in quel momento, la coscienza si interroga: sono ancora parte del mondo? O sto diventando un’ombra che osserva la vita da fuori?

La condizione di “essere biologicamente mortale” non è solo una constatazione scientifica. È una verità esistenziale. Il corpo ci ricorda, ogni giorno, che siamo finiti. Ma la mente — e forse qualcosa di più profondo — ci spinge a cercare senso, armonia, eternità. La ghiandola pineale, in questo, è simbolo: è il ponte tra la materia e il mistero, tra il ritmo del sangue e il silenzio del pensiero.

Ritrovare il proprio ritmo non è solo guarire: è riconciliarsi con il tempo, con la vita, con la propria umanità fragile e luminosa.

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